Ma dove va a finire l’amianto?

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Questa è una domanda che spesso ci fanno i nostri clienti.

Ma dove va a finire l’amianto una volta che è stato rimosso dalle coperture?

In discarica ovviamente, starete pensando!

Sì in discarica, peccato che però in Italia di discariche che accettano questo rifiuto pericoloso, siano solo 22, anzi mi correggo subito le discariche funzionanti sono 19, in base all’ultimo rapporto Inail/Dipia che risale al Giugno 2012.

Ad oggi la situazione si è ulteriormente aggravata, in quanto le discariche complessive in Italia sono diminuite a 18. Questa è la loro dislocazione: in Sardegna e in Piemonte ce ne sono 4, di cui una è dedicata completamente al sito di Casale Monferrato in Piemonte. 3 in Lombardia, 2 in Basilicata ed Emilia Romagna, 1 nel Friuli Venezia Giulia e nella provincia Autonoma di Bolzano. Le altre regioni dotate di almeno 1 impianto specifico per l’amianto sono solo 8.

Le Regioni che non dispongono allo stato attuale, di nessun impianto di conferimento dell’amianto sono la Campania, l’Abruzzo, la Calabria, il Lazio, la Liguria, le Marche, il Molise, la Sicilia, la Toscana, l’Umbria, la Valle d’Aosta, il Vento e la Provincia Autonoma di Trento.

Il grafico sotto vi fornisce un’idea di quale sia la capienza delle discariche di amianto, rispetto al quantitativo di materiale contenente amianto ancora presente sul territorio. Il primo dato che balza all’occhio leggendo il rapporto Inail/Dipia è il numero delle discariche chiuse che rappresentano il doppio di quelle in esercizio.

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MQ PREZZO PER SMALTIMENTO PREZZO PER SMALTIMENTO E NUOVA COPERTURA
200 12,00 €/mq. 10,00 €/mq.
300 11,00 €/mq. 9,50 €/mq.
400 10,50 €/mq 9,00 €/mq.
500 9,55 €/mq. 8,50 €/mq
600 10,93 €/mq. 8,00 €/mq.
700 9,78 €/mq. 7,50 €/mq-

NOTA: Per metrature oltre i 700 mq. contattare direttamente l’ufficio.

NOTA: Nei prezzi indicati sono esclusi i costi per le opere provvisionali di sicurezza per l’esecuzione dell’intervento.

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Ma di buona prassi facciamo un piccolo passo indietro

L’Italia è stata fino agli anni ‘90 tra i maggiori produttori mondiali di amianto e nel 1992, è stata tra le prime nazioni a bandire tale sostanza, stabilendo con Legge n. 257 del 27/3/1992 il divieto di estrazione – importazione – esportazione – commercializzazione – produzione di amianto – di prodotti di amianto – di prodotti contenenti amianto.

Questa legge non impone  l’obbligo di bonifica di tale sostanza e dei materiali che la contengono, ne risulta che ancora ad oggi ci sono numerosi siti contaminati da amianto da bonificare e i quantitativi dei Rifiuti Contenenti Amianto da smaltire sono davvero tanti.

In Italia i siti contaminati da amianto risultano essere 53.000 anche se i dati non sono completamente aggiornati. L’ultimo dato disponibile risale al 2014 grazie alla ricerca dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), che ha quantificato la quantità di amianto ancora presente sul territorio, pari a 340 mila tonnellate.

L’ultimo rapporto Legambiente, che raccoglie i dati risultanti da un questionario inviato a tutte le Regioni, parla di oltre 370.000 strutture in cui ancora è presente la copertura in cemento amianto.  Chiaramente il dato è da considerare parziale, in quanto alcune Regioni hanno fornito risposte, altre no.

Perché i dati non sono aggiornati?

Il motivo è presto detto: malgrado gli affannosi tentativi delle amministrazioni comunali di mettere in piedi dei programmi di monitoraggio sulla presenza di questo materiale nocivo, non sempre le risposte arrivano. In più i dati raccolti arrivano agli organi competenti a macchia di leopardo e non sempre sono esaustivi.

Per stessa ammissione del Ministero dell’Ambiente, che ha ricevuto l’incarico di realizzare la mappatura dell’amianto ancora presente sul territorio, di concerto con le regioni, i dati in loro possesso, risalenti al 2017, sono da considerarsi sottostimati, in quanto i dati raccolti non comprendono la totalità delle strutture con coperture in amianto presenti sul territorio.

Ci sono regioni in Italia dove la mappatura è completa, come in Piemonte, altre in cui non è ancora conclusa e altre ancora dove non è nemmeno partita.

 

Si parlava di discariche…

Come abbiamo detto prima le discariche in Italia sono 18. I dati forniti dall’inail/Dipia hanno anche evidenziato le volumetrie di amianto fino al 2012 accettate e le capacità residue di ogni impianto, di accettare ancora apporti di cemento amianto.

Il rapporto indica anche le volumetrie residue, cioè quanto amianto ancora le discariche possono accettare. Dai dati  riportati si evince che al 30/6/2013 la volumetria totale residua su tutto il territorio nazionale, e cioè la capacità ancora disponibile a smaltire RCA in futuro, è stimabile ~ 2.400.000 mc, di cui oltre il 50% dedicato al codice 17.06.05*-“materiali da costruzione contenenti amianto”.

 

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Dai dati sopra esposti si evidenzia che il numero di discariche per RCA in esercizio, sia per rifiuti pericolosi che non pericolosi, non è sufficiente a gestire la mole di RCA prodotti e producibili annualmente nel nostro paese. Inoltre il numero di discariche operanti è diminuito di tre unità, che attualmente tredici Regioni non sono dotate di una discarica propria (ne è previsto alcun progetto suppletivo), e che le volumetrie residue vanno sempre più affievolendosi.

Calandoci nella realtà di questa situazione quello che accade già oggi, è che la maggior parte dell’amianto smaltito in Italia, viene portato in Germania. Con un notevole esborso economico tutto a favore dello stato tedesco pagato per smaltire gli scarti pericolosi. Considerate che nel 2013 sono partiti 6000 camion al giorno, contenenti ognuno 40 tonnellate di amianto, con destinazione Germania.

Senza contare l’attività di trasporto di questo materiale pericoloso attraverso il territorio nazionale, spesso complesso e pericoloso.

Chi non si vuole accollare questo genere di costo, e offrire sul mercato prezzi più concorrenziali, nel peggiore dei casi, abbandona il rifiuto o lo smaltisce in maniera irregolare, andando per prima cosa a mettere in pericolo la salute pubblica, con i relativi costi sanitari che ne conseguono che ricadono sulla collettività.

Vi invito a fare una ricerca su internet e vedrete quanti casi ci sono di materiali contenenti amianto, abbandonati o lungo i fiumi o in discarica a cielo aperto abusive. Pezzi di lastre, vasi di espansione, tubazioni etc, gettati lungo le rive dei fiumi o abbandonati vicino ai cassonetti dell’immondizia.

Se ciò dovesse importarvi poco, l’amianto abbandonato lungo un fiume, ad esempio, può inquinare l’acqua e la falda acquifera, fino ad arrivare alla bottiglia sulla tavola alla sera mentre ceni. Così per darti un’idea.

Elenchiamo alcuni titoli di giornali che riportano queste notizie:

  • Il Resto del Carlino Modena: amianto scadente all’ex Cartiera vicino alla scuola materna.
  • Nuova denuncia di Legambiente, amianto sul greto del torrente Patrì
  • La Gazzetta di Lucca 10/12/2019: tubo di amianto abbandonato sul parco fluviale insieme a chili di immondizia”
  • Il Resto del Carlino: Amianto abbandonato, nessuno interviene

 

Esiste un metodo alternativo alla discarica di amianto?

Vi voglio citare una risoluzione del Parlamento Europeo, la 2012/2065, che recita ” considerando che il conferimento in discarica dei rifiuti contenenti amianto, non sembra il più sicuro, per eliminare il rischio di rilascio di fibre nell’ambiente ed in particolare nell’aria e nelle acque di falda, sarebbe preferibile optare per impianti di inertizzazione dell’amianto”.

A che punto è in Italia lo studio di metodologie alternative alla discarica?

Qualcosa si muove, seppur lentamente. Dal 2015 è partito uno studio da parte del CNR e dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico, per sviluppare nuove metodologie per l’inertizzazione dell’amianto.

I tre processi allo studio ad oggi sono 3:

  1. trattamento termico
  2. trattamento chimico
  3. trattamento meccanicochimico

Senza dilungarmi troppo sulla spiegazione dei singoli trattamenti, vi dirò solo che quello termico va a modificare la struttura dei silicati dell’amianto, grazie ad alte temperature, che possono raggiungere anche i 1200° C.  Questo implica un consumo di energia molto elevato e la possibile formazione di inquinanti atmosferici, in fase di riscaldamento.

I trattamenti chimici invece aggrediscono le fibre di amianto con l’utilizzo di acidi concentrati.  Il rischio è che l’inertizzazione avvenga solo nei strati esterni e non interessi le fibre nella parte più interna della struttura.

I trattamenti meccanochimici si basano sull’energia meccanica di compressione e sfregamento del materiale contenente amianto, che porta ad un graduale indebolimento delle del reticolare fibroso.

Queste tecnologie ad oggi sono più costose, rispetto allo smaltimento amianto in discarica, e sono sicuramente il motivo principale per cui sono ancora poco diffuse, mentre all’estero funzionano bene da 30 anni.

Ma visto che ormai le nostre discariche sono al collasso e ce ne sono poche rispetto alla quantità di cemento amianto ancora da smaltire, non sarebbe il momento di dare un colpo all’accelleratore e cominciare seriamente a pensare a come uscirne, possibilmente vivi!

Qual è la risposta?

Perché l’amianto, come tutte le cose in Italia, è diventato un business: per le discariche, per i centri di stoccaggio, che ormai detengono il monopolio di questo settore.

Costruire una discarica in Italia costa circa circa 5 milioni di euro (fonte Greenreport), se però pensiamo che lo stato italiano spende all’anno circa 2 milioni di euro per cure, previdenza, malati e bonifiche in emergenza, significa che fare discariche per l’amianto costa molto meno che risolvere i problemi che ne conseguono.

Senza contare che i prezzi di smaltimento amianto si abbasserebbero!!!!
Inteco srl